A volte
pare che niente
esista
di più intimo
che accendersi una sigaretta
al fuoco limpido
di una candela.
A volte
pare che niente
esista
di più intimo
che accendersi una sigaretta
al fuoco limpido
di una candela.
Rimini, Ponte di Tiberio
E' una delle rarissime vestigia romane sopravvissute; è il più interno e il più antico dei tre ponti che scavalcano il porto canale della lontana Ariminum. E' anche l'unica barriera alle imbarcazioni: oltre, l'umano piede non può procedere, neppure navigando. Argina, infatti, la sponda occidentale di un invaso d'acque calme e scure, come un tampone che separi il caos del mondo dall'integrità dell'anima. Ha una bellezza timida; non ostenta fasti né slanci architettonici.
Stretto e percorribile in un solo senso, è semplice, di marmo chiaro e levigato dallo strusciare millenario di infinite suole, di infinite ruote, di infinite mani che vi si sono sostenute. Infonde un senso di quieto nitore ed immobilità sedimentata.
E' fiancheggiato da due parapetti alti che un poco impacciano la vista libera dei borghi. Rimane lì, vecchio canuto, compresso fra i suoi paraocchi, in cerca di silenzio e oblio.
Laggiù, verso il mare, echi volgari di una città bagascia che non chiude occhio, mai.
Una piccola premessa: i personaggi femminili, protagonisti delle storie che scrivo, si chiamano - per scelta - sempre Lilla anche quando non sono nominati.
Sempre grata per i vostri commenti, auguro buon intrattenimento a tutti su questi blog.
Stefi
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TRE GOCCE
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I |
l dolore dell’imene è forte come un rombo senza suono e le risveglia parti profonde e sconosciute finora. Eppure, Lilla non è spaventata, accetta quel dolore come un appuntamento improrogabile a cui si è preparata a lungo.
Bobby non sa, neppure immagina le stelle quanto brillino lassù, sopra il suo dorso nudo, sulle sue larghe spalle, sulle sue membra lunghe e snelle; non sa quanto le stelle splendano negli occhi di Lilla pieni di gratitudine, quanto l’odore dell’erba anestetizzi in parte il suo dolore e accenda maggiormente gli altri sensi, quanta alchimia porti con sé la nuova consapevolezza del suo corpo, il disincanto illuminante a cui l’attesa prolungata l’ha condotta.
Bobby si è messo a dire No, di colpo, inaspettatamente, No, ripete, Non possiamo continuare. Lilla sorride affascinata dal piacere che sta lentamente subentrando al dolore, Cosa c’è, chiede a fatica, Che cos’è che non possiamo continuare. Questo, risponde Bobby, Questo, a cui il ragazzo non sa dare un nome, Non possiamo fare questo, rovinare la nostra amicizia, due amici queste cose non le fanno.
Lilla si muove con prudenza sotto di lui, danza ancora con quel ritmo nuovo, rapita dalle regole del gioco e non capisce. Non capisce perché Bobby si sia fermato ed esca, ora, dalla sua carne e stronchi l’onda che le sta montando dentro e lasci che la sua cavità, così sollecitata fino all’istante prima, si involva in un risucchio doloroso e le trasmetta un senso di gelo e di abbandono. Siamo amici, va ripetendo Bobby mentre si alza e tira su la lampo dei jeans che manda un suono rauco ed implacabile. Lilla ubbidisce al suono come un automa, il petto ancora gonfio di un languore che non ha potuto esplodere, le gambe molli che faticano a risollevarla, il vestitino di viscosa che le torna a scivolare sulle cosce, i fili d’erba da staccare dalla pelle su cui hanno lasciato solchi sottili come ragnatele. Non c’è reazione a quell’incredibile momento, teoria, protesta che si possa sollevare. C’è solo automatismo gestuale: mutandine a ricoprire il sesso, piccola smorfia per le trafitture, pochi passi incerti fino alla vecchia Prinz, portiera che si apre dall’interno (un gesto di galanteria?), riguadagnare posto accanto al conducente, dimenticare già le stelle che si credeva amiche, l’odore d’erba, la gratitudine, la gratificazione, la gioia per la scelta, per avere scelto, per essersi sentita scelta. Il colle di illusioni già si sfalda e frana lungo il tragitto verso casa, si fa gocce minime di sangue nelle mutandine, trofeo silente e incondiviso nella notte; la notte che il grattare della Prinz farà vibrare per un po’, qualche isolato appena prima di sparire; la notte a cui annunciare il suo regalo piano piano, sottovoce, labbra socchiuse.
Bambino stupido. Non hai capito. E' tutto così stupido, sprecato, inutile.
Tre gocce piccole di sangue. Il suo regalo. Rispedito al mittente.
PONTE MASCARELLA
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A |
quest'ora sai che non può esserci. Alle tre di un pomeriggio feriale, nel mese di Gennaio, la gente “normale” dove vuoi che sia se non a lavorare? Sei tu la diversa, quella che non ha un lavoro, quella che da mesi non ha alcuna pianificazione delle sue giornate, la solita routine di cui ci si lamenta sempre: casa lavoro lavoro casa, che vita mai è questa? Solo in un pomeriggio trascinato come questo poteva capitare di dover passare dalle tue parti. Solo per caso.
Pochi minuti e sarò in vista del tuo palazzo, delle tue finestre. Solo un’occhiata rapida, un gesto inutile, lo so, e un po’ sofferto, ma, alle volte, amico mio, il riallacciare un ponte coi ricordi, o certi sogni, è un guasto inevitabile. Parlo dei sogni che non si realizzano. Come ad esempio i miei.
Perdona il filo di amarezza, ma è questo ponte che sto per affrontare a prendersi la libertà di accendere i ricordi; questo gobbo rumorosissimo e sgraziato sulla ferrovia, pregno di gas di scarico e polveri stratificate che troncano il respiro. Un arrancare doppiamente ingrato, per una che si aiuta con non dico quante sigarette al giorno.
Io ci abitavo da queste parti; ci ho vissuto da ragazza, eppure non l’avevo mai percorso a piedi. Il caso mi ci porta a farlo adesso, dopo vent’anni esuli da questo malinconico quartiere che non ho mai rimpianto, e, per la prima volta, i miei occhi avranno qualcosa di particolare su cui posarsi anche se rapidi: un obbiettivo “proibito”, così lontano dalla mia vita di allora che mi portava sempre via di qui. Così lontano allora e così recente adesso.
La sommità del ponte sembra che si allontani ad ogni passo, come un miraggio nel deserto; e accorcia il fiato e fa sudare freddo sotto il giaccone imbottito, impegna cuore e polpacci fuori allenamento. Hai fatto vita sedentaria troppo a lungo, donna, un po’ di disoccupazione ti fa bene, in fondo. Hai ritrovato il movimento delle gambe.
Sì, ma per andare dove?
Arranco, tuttavia, sapendo che, lassù, lo sguardo si aprirà oltre gli insulsi parapetti in muratura, scivolerà per qualche istante sui lunghi intrecci di metallo dei binari, contemplerà lo stacco tra le due città: quella più antica “dentro Porta”, ormai alle spalle, e quella più recente di una periferia venuta su dal dopoguerra in poi. E, in quella, il tuo palazzo.
Come pensavo, le tue finestre sono chiuse, ma, anche aperte, non le avrei certo colte come un invito; vedi, mio caro amico di una stagione breve, non sei tu la meta del mio pomeriggio trascinato, e, nel frattempo, non ti sei neppure trasformato in una tappa fuori programma. La meta è un’altra, qualcosa che non mi ha mai delusa fino ad ora. Mi attende dal concessionario per un semplice tagliando. Pura formalità. Poco romantico, lo so, ma è tutto qui.
E sia: le tapparelle sono abbassate, sei al lavoro come tutti i cristi in terra, esattamente al lato opposto della città. Nessun pericolo di incappare in te neppure accidentalmente, nessuna probabilità che tu mi subodori, nessuna eventualità di intravederti dietro i vetri delle tue finestre. Del resto, anche se tu ci fossi, là dietro, ti aggireresti al buio. Che se ne fa della luce un uomo privo della vista?
Le tapparelle scolorite hanno un aspetto così triste e trascurato. Non è un palazzo elegante, non so neppure se abbia mai preteso di esserlo. E’ un edificio anni Cinquanta stinto e senza gloria, popolato da fasce di reddito medio-basso come il tuo. Tutti, però, solleveranno e abbasseranno le loro tapparelle almeno due volte al giorno, tanto per non perdere certe abitudini sovrane. Da quanto tempo, invece, tu hai smesso di farlo? Da quanto non ti rallegra più lo squarcio di sole che offende gli occhi, e ridisegna le geometrie della casa, e infuoca spicchi di muri, tende, letti, angoli cottura, tavoli, sofà, vetrinette, librerie? Da quanto tempo tu non spalanchi la tua casa al sole? E’ stato forse il giorno in cui sparì l’ultimo alone di luce nei tuoi occhi? O forse prima, perché il momento che aspettavi non ti cogliesse di sorpresa? O poco dopo, quando realizzasti che per te quel gesto non aveva più significato?
Quante poche cose so di te. E tu, di me?
Che cosa stai facendo, mio altrettanto svantaggiato amico, sei sereno? Tu l’hai raggiunto il compromesso con la vita? Gli allievi, i tanti amici di cui ti circondi, riempiono le tue giornate? C’è qualche donna a colmare le tue notti?
E, soprattutto, ti raggiungono le mie domande, o sei soltanto flusso di pensiero un po’ schizzato nella mente?
Perdonami se violo il tuo silenzio volontario, se adotto questa cartolina senza ritorno, ma è un esercizio innocuo, fa del male solo al mittente. Quando supererò il tuo isolato, giuro che ti lascerò andare.
E' solo colpa di questo ponte, già l'ho detto, è il ponte che va a caccia di sospiri e di malinconie. E li cattura. Come insettini inermi.
Che cosa non ha funzionato fra noi due, dov’è l'incrinatura? Sta forse nelle mie parole franche di quella benedetta sera a casa tua - dove mettesti tutti quei paletti e ti parasti dietro al tuo “vissuto così ben consolidato”? -, nel mio fraintendimento del tuo invito, nel pessimo tempismo di quella carezza che ti diedi senza preavviso? O è stato il pomeriggio successivo al Pub, dove cantai – ricordi? - con i jazzisti che mi avevi presentato proprio tu?
Prima di abbandonare il tavolo per salire sul palco, Tina mi sussurrò all'orecchio che il mio viso era radioso; non altrettanto il tuo, però. Che strano, aggiunse. Mi spiacquero le sue parole. Mi spiacquero perché terribilmente vere. E non c'entrava il fatto che sei cieco. Il tono dell’amica, forse un po’ maligno, quasi sbavato da una sorta di sottile gelosia, evidenziava il fatto che non mi vedevi dentro. La mia luce, che aveva pur brillato per qualche istante nella tua vita – come mi disse che le confidasti un giorno - non ti raggiungeva più. E questa tua incapacità, o mia, per carità, forse fu mia, insomma: questa tua resistenza che all’improvviso ti rendeva impenetrabile, tu, che eri cieco, sì, privato ingiustamente della vista, sì, e pur dotato di chissà quali poteri suppletivi nella mia stupida immaginazione, è quanto mi abbia ferita di più, colpita e affondata.
Fu sciocca vanteria? Accompagnare un cieco attira attenzione, rispetto, addirittura ammirazione per un gesto che non è di tutti. Un segno distintivo che, alle volte, fa la differenza fra te e gli altri.
Fu sciocca presunzione? il sopravvalutare la tua diversità, considerarla speciale, e sminuirsi al suo confronto? Sono maestra in questo. Sapessi quante volte nella vita, io…
Ma è una delle cose che non sai di me. E forse è meglio che tu non l’abbia mai scoperta.
Bene: la colpa è stata mia, adesso è tutto chiaro.
E invece non è chiaro un cazzo, tu non immagini neppure quanto fa male questo tuo silenzio!
Fare la prima mossa. Già. Telefonarti e domandartelo, costringerti ad un confronto, seppure a debita distanza e ad armi pari (non siamo tutti ciechi, in fondo, quando parliamo al telefono?). Non era poi così difficile comporre il numero, attendere col batticuore che tu rispondessi e balbettare che ero io stavo pensando avevo come l'impressione insomma sì che tu cioè che io… Eppure non l'ho fatto.
Chiamalo come ti pare, io non l’ho fatto.
E tu neppure.
LA CONSEGNA
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C' |
eravamo quasi, piccolo: una trentina di chilometri, passaggio di consegne a Brindisi e poi di nuovo a casa, finalmente. Definitivamente. Ma sin dall'inizio questo viaggio non era stato come tutti gli altri, avevo avuto più paura; non solo della polizia e di finire dentro (certi rischi, piccolo, fanno parte del mestiere), ma soprattutto per te, ora che ci sei. Volevo ritornare a stringerti e ritrovarti così minuscolo tra le mie braccia, sentire ancora il tuo profumo di latte e borotalco, rincoglionirmi come tutti i padri guardandoti per ore dormire nella culla. Per questo avevo usato ancora più prudenza e sopportato il viaggio, senza neppure bestemmiare per la nebbia, che da Ferrara mi aveva torturato fino a Imola, o per gli imbecilli che si incontrano sempre, quando uno macina chilometri per tutto il giorno come me. Neppure un'infrazione per più di mezza Italia, e quando ormai mancava così poco, va a capitarmi questo. Non ho potuto farci niente, piccolo, non l'ho voluto io, credi.
Avresti dovuto vedere
Quanti saranno stati, una decina di secondi? Be', dieci di troppo, nella nostra vita. Tutto per un balordo che strombazza come un demonio e cosa fa, quando gli lascio strada? Sbanda, l'idiota, e rotola su se stesso, e poi capotta e si raddrizza, e io freno, piccolo, con tutti i piedi che ho, e se potessi con le mani, cerco di mantenere il controllo del mezzo, di salvare il carico, è roba tossica, roba che scotta, ed io non voglio affogare nei veleni, vedermi piombare addosso tutte le volanti della zona. Voglio tornare da te e da tua madre. Ma il carico è pesante, hai voglia a frenare, e non ho spazio per schivare l'auto, la becco in pieno, la trascino con me nella frenata, e il camion poi si ferma ed io rimango lì…
Completamente rintronato, piccolo, per dei secondi eterni.
Ed è la vostra foto che mi fa riprendere, quella di te attaccato al seno di tua madre, vedo che vi scollate dalla plancia e scivolate a terra, lo prendo come un segno del destino, un brutto segno, piccolo, e mi ritrovo un cervello funzionante, due mani dure come morse che si staccano di colpo dal volante, la forza per aprire la portiera, scendere dal camion non so come, ancora intero non so il perché, udire le frenate di altri mezzi, girare attorno al camion, trovare l'auto accartocciata e ancora in piedi, avvicinarmi a quell'idiota che ha causato tutto questo, vedere che è incastrato fra le lamiere, la maschera di sangue, gli occhi aperti… Sono azzurri, piccolo, come quelli di tua madre, come probabilmente i tuoi tra qualche settimana, e forse sono belli se non ci fosse tanto rosso dappertutto, e sembrano fissarmi. La maschera muove la bocca, ne esce un fiotto che mi dà la nausea; sta soffocando nel suo stesso sangue, penso, non posso farci niente. Scappare, invece. Questo devo fare. Qualcosa me lo dice, la foto di voi due quando è caduta, la polizia, la galera, il gran vociare della gente che si avvicina minacciosa, lo sguardo azzurro del ferito che, lentamente, intrufola una mano sotto la giacca e tira fuori una pistola. Cristo, no.
Dovrei fuggire, piccolo, lo so, e invece resto lì, vedo le azioni che si svolgono nel mio cervello: balzo nel fosso, scavalco la rete, sfreccio nei campi con il turbo ai piedi, proprio come nei cartoni che un giorno guarderemo assieme, io e te, divento piccolo, un puntolino all'orizzonte fino a sparire, pòf!, lontano, libero.
E invece sono qui, bloccato in un fermo immagine, e questo corpo è marmo, e non ha gambe per fuggire, animatori che lo azionino, tasche miracolose da cui estrarre una sola, rozza, imprevedibile arma di difesa.
Un corpo a cui appare tutto chiaro in un baleno, fulmineo, un colpo duro, che gli buca il petto.
Nessun dolore. Solo stupore. FINE DEL VIAGGIO. Tutto qui.
Non dovevo più tornare, piccolo, questo era il disegno. L'ultimo carico, avevano detto, l'ultimo viaggio e poi li avrei dimenticati per sempre; questo avevano detto allungandomi la busta coi quattrini. Il resto al mio ritorno e, dopo, anche loro mi avrebbero dimenticato. Proprio così hanno detto, quei bastardi. Ma gli è andata male: il loro cazzutissimo sicario sta crepando esattamente come me, e il carico finirà sotto sequestro della polizia. Pensa che titolo: "Racket ruba a se stesso camion di rifiuti tossici per eliminare testimone scomodo". Sai le risate.
Ma io non riesco a ridere, piccolo, c'è qualcosa che mi brucia, invece, e non è il buco al petto, il fuoco lancinante che neppure avverto. No. Ciò che mi brucia dentro è che non tornerò da te e da tua madre, che mi aspettate nella nuova casa, comperata non importa come. Vedi… volevo viverci una vita decorosa, vederti ruzzolare nel prato a Primavera, quando sarà tutto pieno di margherite, sentirti dire la tua prima parolina, e un giorno anche pa-pà… Una bella casa… che riempisse di orgoglio tua madre, che non capirà, non mi perdonerà, e che farà di tutto per dimenticare, per cancellarmi dalla tua vita, perché… tu non debba vergognarti di me, tuo padre…
Mi dispiace, piccolo, le cose sono andate così… Il meglio, il peggio… la scelta… tutto appartiene ad un presente che non è più il mio… Te lo consegno, figlio… prendilo… è tuo.
TU
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S |
eduto al pianoforte, con i capelli che ti spiovono sugli occhi come un sipario ondeggiante, intento, anzi, rapito dalla tua creazione del momento (quanti momenti come questi?), curvo su quel corpo musicale, cieco agli avvenimenti esterni, interno all’opera che sta nascendo in te e sgorga dalle tue mani. Zampilli, gocciole, perle sgranate, onde sinuose, fuochini piccolissimi. Titillamento. Tu.
Io non ci sono. So bene di non esserci, per te, in questi momenti, o forse sì, come dissolta in particelle infinitesimali, forse ci sono anch’io; parte invisibile e, pure, percettibile in questo insieme. Smolecolizzata, e, pure, in estasi vagante.
In questa forma io Sono, e potrei essere qualsiasi chiunque, immaginaria forma, pervasa e permeante. E gioia pura, quintessenza, aria che scorre e satura, aria-respiro, il tuo, il mio, del tutto che non ha parvenza, e, pure, possiede Identità più autentica del Vero.
Questi sono gli istanti che annullano i tormenti, che riconducono all’essenza, a ciò che è Vita, al suo assunto primordiale, inviolato, imprescindibile, a Ciò-che-scorre.
Nostro malgrado.
Come fermare un simile miracolo, il dono che possiedi per questo nutrimento infuso inconsapevolmente, fuori da ogni tua delibera?
Fotografando nella mente. Adesso. E poi ancora, ancora, ancora. Facendo piano, silenziosamente. Clic… clic… clic… clic…
Seduto al pianoforte, con i capelli che ti grondano sugli occhi come un mantello sopraffatto dalla gravità, Uomo e Natura nell’unico linguaggio universale. Scisso da me, non solo mio, e, pure, oggetto di un orgoglio sconfinato, per la fortuna di quel nostro incontro che si è trasformato in scelta, per questa Grazia ricevuta che ci vede sposi.
Così io ti amo; è negli istanti come questi che ti amo. Quando non mi appartieni, io ti amo. E di un amore che non so, che non si impara, che non si racconta.
Solo sorgente a cui si attinge. Ma perché?
Perché a sete non si comanda. Come ai polmoni l’aria.
Seduto al pianoforte, sotto la pioggia fitta dei tuoi capelli a cui non c’è riparo, quadro che si fa corpo e incanto, attimo che non vorrei finisse, e, pure, lo vorrei: per troppa luce, per troppa sinfonia, per estasi ai confini della sofferenza, per pelle che si è fatta desiderio, perché ritorni mio, su questa terra quotidiana, come l’aroma del caffè alle narici la prima ora del mattino.
Tu. Colui che amo anche nel giorno fatto. Colui che guido per i suoi occhi non vedenti. Colui che tende le sue mani con la speranza delle mie. Colui che, con quel gesto fragile, sa esprimere altri suoni, forse più semplici e differenti.
Come il mio nome.
Posso aspettare.
LUCA
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“D |
ài, smettila… potrei essere tua madre!”
Frase infelice, Lilla si è già pentita. In altre circostanze non l’avrebbe
detta. È idiota, le è scappata. Colpa dell’alcol, della stanchezza e l’ora.
Luca è lontano miglia dai suoi rovelli, le domanda:
“Beh, e con questo?” e la domanda sa di alcol e canne (ci va giù pesante il bimbo).
E' un enigma, questo bimbo, ha sempre un nonsoche di indefinibile, fra il decadente e il celestiale, eros, rabbia, timidezza e altro, che lei non riesce a definire. In due parole: maledettamente affascinante, ecco.
Non che lei ci abbia ricamato sopra strane fantasie, intendiamoci: è giovane il ragazzo, troppo giovane per una che potrebbe essere sua madre!
“Mica lo sei…” Luca lo dice con un sorrisetto storto che gli scopre i premolari di sinistra; è più una smorfia che un sorriso, ma lo rende irresistibile. Lilla, a quest’ora della notte, dopo uno spettacolo in cui ha speso tutta la sua voce e le sue forze, non è più in grado di pensare a ciò che dice, a ciò che fa. A quest’ora, si può solo crollare a terra per lo sfinimento o lasciarsi andare a un gesto irrazionale. Lilla compie il secondo: raddrizza la schiena, la scosta dal muro contro il quale lui l’ha chiusa, lo guarda dritto in quei due pozzi scuri e immensi che chiamare occhi sarebbe sminuirli e lancia il guanto:
“È vero” dice “non lo sono.”
Luca stacca le mani dal muro, liberandola dalle barriere che le formava intorno con le braccia, e si accosta con le labbra semiaperte alla sua bocca. È un bacio delicato, quello che si scambiano, le labbra morbide s’incontrano con una sorta quasi di pudore, senza fretta, senza frenesia; emettono piccoli schiocchi mentre si distaccano e si risaldano di nuovo, e il bacio si fa più profondo, le loro lingue penetrano ciascuna nella cavità dell’altro, guizzano, accarezzano, si separano di nuovo, si sfiorano sulle punte, risvegliano papille che sviluppano un sapore dolce nella bocca. Lilla ha un fremito: ricorda un altro bacio come quello. È stato tanto tempo prima.
Allora, Lilla era più giovane di Luca adesso, aveva diciassette anni. Per questo, ora, lei si stringe a lui con gratitudine. Perché anche Luca è magro. É uno spillo, pensa, con le braccia lo comprendo tutto. Quasi, ha paura di spezzarlo. Per un attimo si irrigidisce: potrebbe essere suo figlio.
No. Non lo è.
Ancora un bacio, l’ultimo, Luca glielo rifila sulla punta del naso; un bacio tenero, stavolta, come lo si darebbe ad una bimba piccola, dato con labbra grandi e morbide dentro le quali rifugiarsi quando c’è un pericolo.
“Vieni con me…” sussurra lui prendendola per mano, e lei lo segue docile al ritmo dei loro passi diseguali, i brevi colpi dei suoi tacchi di scena (che di solito detesta) fanno da contrappunto a quelli lenti e trascinati del ragazzo. Insieme stonano, ma è una dissonanza che le piace. Sbandano, non si capisce chi dei due sorregga l’altro. Lilla, però, non sente più la stanchezza nelle gambe, avverte invece la frescura soffice della sabbia sotto i suoi piedi nudi, i sandali a ciondoloni in una mano e l’altra stretta a quella di un ragazzo magro, grande, bello, esperto.
Estate. Notte. Luna. Stelle. Fruscio del mare. File di ombrelloni chiusi, complici, discreti. Scena perfetta.
È stato tanto tempo prima. Aveva diciassette anni.
“Dove state andando voi due?”
Lory è uscita fuori del locale per cercarli, li vede allontanarsi giù per il vicolo e non capisce: cazzo fanno quelli, che ci sono gli strumenti ancora da smontare e caricare in macchina? Lilla nel frattempo si è bloccata:
“Cristo, m’ero scordata! Torniamo indietro, dobbiamo sbaraccare!” Ma va’, risponde lui tirandola per mano, per due chitarre e quattro aste del microfono! “E i cavi? E l’amplificatore e tutto il resto?” Chiedile se fa da sola. “Scherzi? Non lo farei mai!” Siete amiche, capirà, io sono solo un "dipendente"…
Come si fa ad essere così fetenti ed allo stesso tempo farsi perdonare per un sorrisetto storto?
Nel cuore della notte compiere dei gesti irrazionali è un attimo, per Lilla poi non è più neppure il primo, e, infatti, torna indietro con un’espressione supplichevole e un tono basso nella voce:
“Scusa, Lory, hai ragione, ma è che... sai com'è... Ti romperebbe molto fare da sola? Solo per questa volta! Che ne dici?” Lory non è nata ieri, fatica solo a crederci, risponde: Merda! e si rassegna.
Lilla le manda un bacio: “Sei un tesoro, te lo ricambio il favore!”
“Vai, va'... che cosa aspetti?” ed è una Lory divertita e un po' curiosa quella che osserva la cantante stagionata caracollare verso un batterista in pieno fiore. Guarda che coppia, chi se lo aspettava? Ma sì, che se la goda, la sua notte brava con il fico! Qualcuno l’ha stanata finalmente. Chissà che non la faccia uscire da quella catalessi. Sarebbe ora.
Ci sono attimi fuggenti che hanno la benevolenza di fermarsi ad aspettare che qualcuno sappia coglierli. Ci sono, esistono, ma occorre un po’ di allenamento per saperli riconoscere. Lilla ne ha persi tanti nella vita, prima di imparare la lezione. E, come il buon fotografo scatta prima nella mente ciò che catturerà poi nell’obbiettivo, Lilla sa che porterà via con sé questo attimo preciso in cui Luca dorme e le respira accanto, senza sapere quanto lei lo stia scrutando diligentemente.
Mi porto via il tuo sonno puro. Ti spio dal buco della serratura per scoprire il cuore nudo che nascondi sotto quelle pose da vaffanculista. Sono una ladra, un’avida corsara che fa man bassa dei tuoi tesori. Porto con me il tuo bel viso, questi tuoi occhi di velluto, il naso un po’ deviato in modo quasi impercettibile, e questa bocca così sexy da cui non so staccare gli occhi.
Così io raffigurerei un angelo. Modellerei la creta fino a trovarci te. Un misto d’uomo e donna assieme. Morte e vita assieme. Un angelo perfetto.
Luca socchiude gli occhi, incontra quelli di lei e li richiude. Sospira e sbatte ancora un po' le palpebre. Le folte ciglia color mandorla sono una danza di falene. Quello che dice non è altrettanto delicato:
“E tu chi cazzo sei?”
Bingo.
“Il materasso su cui sei stramazzato stanotte.”
Luca si gira dandole le spalle: “Ah... Oh... Sorry.”
“E di che cosa?”, mon petit, dovresti dispiacerti se non hai fatto nulla di male, insomma sì, nada de nada? Mica avevamo firmato un contratto! Succede. La stanchezza, il bere. Il fumo… Magari capitava a me, magari ero io che ti crollavo addosso. Delusa io? Naaa, sono grande per queste cose! Ho lunghi anni di navigazione, io, alle spalle, che ti credi?... E ho visto notti che ti fanno stare molto peggio di così. Notti in cui, alla fine, ti domandi: e adesso?... Adesso, ti rispondi, niente, rimani vuota esattamente come prima.
E, forse, più di prima.
Comunque… se tu vuoi… io sono qui…
Le spalle magre di Luca si sollevano e riabbassano in un ritmo regolare. Forse ha ripreso il suo sonno immacolato. Lei gli sussurra nell’orecchio: “Luca, io vado. Ci vediamo stasera al Club.” Lui le risponde mugugnando. Chissà se l’ha sentita.
Lilla osserva le sue spalle magre, gli esili muscoli che si ritrova per bicipiti. Dove la troverà la forza per suonare piano, basso e batteria? Le viene in mente quella strofa: «Mangia un po’ di più che sei tutt’ossa…»
Quasi quasi te la canto. In fondo è vero: potrei esserlo tua madre.
Sta per uscire dall'appartamento quando lo sente dire, alle sue spalle:
“Ehi, piccola…, scusami, okay?” Ha ancora addosso la maglietta nera della sera prima, è a piedi nudi ed è appoggiato, mezzo floscio, alla porta della camera da letto. Le ciocche bionde gli ricadono sugli occhi senza riuscire a nascondere quei due grandi frutti scuri, vellutati e pericolosissimi. Sfoggia di nuovo anche quel sorrisetto storto, irresistibile, mentre fa qualche passo verso di lei. Lilla gli manda un bacio con il dito senza aspettarlo. Esce sul pianerottolo e infila le scale.
Salvati, Lilla, salvati da questa voglia di saltargli addosso. Ingoia, fai un sorriso, non rispondere. Lascialo chiudere la porta e che lo faccia piano, senza sbatterla; tu pensa solo a scendere le scale, non ammazzarti su ‘sti trampoli, non farli rintoccare troppo, non svegliare il resto del palazzo, è ancora presto.
Ora che sei fuori, divora l’aria del mattino, sparala su per il naso con forza, respira questa ora del giorno che è deserta, non pensare al rombo che ti scuote l’inguine, comprimilo, azzittiscilo.
È quasi l’alba, vedi? Guarda che bel colore il cielo, sta diventando lilla…
Scusami, piccola.
Non si è nemmeno ricordato del suo nome.
Però piccola le suona bene. Non glielo diceva più nessuno da una vita.